ESOTISMO NELLA LETTERATURA ITALIANA

Tra il 1884 e il 1886 in Italia, e soprattutto a Roma, si diffuse il Japonisme.

 

La ricorrenza delle giapponeserie in vari scritti testimonia l'esistenza in quel periodo sia di una moda sia quella di un certo gusto estetico: nei racconti, gli oggetti ornamentali e artistici potevano funzionare non solo per ottenere un effetto esotico ma quasi come topos di raffinatezza.

GABRIELE D'ANNUNZIO

«Nel Giappone nei dintorni di Kyoto abiterò un vecchio tempio di legno fra i ciliegi lievi e gli stagni coperti dai fiori del loto e i sorrisi discreti dei bonzi…»

21 luglio 1923

 Il giovane D'Annunzio, frequentando ''le vie più belle e i salotti più eleganti di Roma'', descrisse abilmente e minuziosamente

l' esotismo di cui era pervaso il ceto aristocratico.

Il primo articolo, con cui esordì nel 1884 sulla ''Tribuna'', diede il via a una serie di racconti incentrati sulla delineazione di personaggi e oggetti giapponesi che si ripresentano spesso nelle opere dannunziane.

Tra questi, l'esempio più interessante fu la novella dal titolo ''Mandarina'', in cui D'Annunzio racconta la storia d' amore tra una donna romana, la marchesa Aurora Canale, infatuata dalla moda orientale, e un uomo giapponese di nome Sakumi.

Il racconto si concentra sulla descrizione dell'ambiente, caratterizzato da un arredamento esotico ed eccentrico, e non sulla descrizione dei protagonisti, a dimostrazione del fatto che per D' Annunzio la psicologia dei personaggi viene messa in secondo piano per dare spazio al culto dell'arte e alla ricerca del bello.

La passione per l'Oriente è testimoniata dallo stesso Vate che il 30 marzo 1936, in un discorso in onore del combattente Kido Toshio, ricordò la natura della sua passione per il Giappone:

 

<Possedevo i più ricchissimi cofanetti di lacca, i bronzi più energici, gli avorii più venusti, i più sapienti disegni di hiroshige, di hokusai, di utamaro; avevo dato guardia a tutte le mie soglie gambute gru dal cipiglio scarlatto. Anche oggi, dopo che passo e ripassò l' infame rastrello dei creditori usurai, rimpiango e sempre rimpiangerò nel mio profondo cuore di artista certi avorii che per la lor perfezione eran come le sommità della preghiera>.

Anche nel romanzo ''Il Piacere'', come nella novella ''Mandarina'', il Giappone e gli oggetti ornamentali nipponici fanno da sfondo alle sequenze narrative più importanti;

inoltre vi inserisce l'uso di termini giapponesi come daimyo (grande nome) e harakiri (atto di tagliare il ventre). 

D'annunzio studiò anche la poetica giapponese, scrisse varie recensioni e  compose delle poesie ispirate a essa, influenzate anche dalla lettura di un altro libro francese:

'Poèmes de la libellule', un'antologia di poesie giapponesi curata da Judith Gautier.

Nel 1885 pubblicò su ''Fanfulla della Domenica'' la sua ''Outa Occidentale'' nel quale utilizzò la tipica metrica giapponese del 'tanka'.

 

Il titolo della poesia ci dice qualcosa al riguardo della non convenzionalità della lirica;

il termine outa è infatti la traslitterazione alla francese del termine giapponese uta che significa ''canzone''.

Guarda la Luna

tra li alberi fioriti;

e par che inviti

ad amar sotto i miti

incanti ch’ella aduna.

 

Veggo dai lidi

selvagge gru passare

con lunghi gridi

in vol triangolare

su ’l grande occhio lunare.

 

Veggo pe ’l lume

le donne entro i burchielli:

vanno su ’l fiume,

dati all’acqua i capelli,

tra i gridi delli uccelli.

 

Tende ogni amante

all’amante le braccia

e a sé l’allaccia

entro la bianca traccia

de l’astro radiante.

 

Passan li uccelli.

Oh chiome feminili,

chiome gentili,

lunghe reti sottili

tratte dietro i burchielli!

 

Oh di roseti

profondi laberinti

ove i poeti

in giacigli segreti

stanno alle belle avvinti!

 

La nostra nave,

cui non pinse Ki-Tsora,

va con soave

andare; e su la prora

tu ti stendi, o signora.

 

I tuoi capelli

sciolti hanno il fresco odore

dei ramoscelli

che ondeggian lenti, in fiore,

con sommesso romore.

 

La tua man breve,

passando, i fiori coglie:

par tra le foglie,

tra i calici di neve,

una farfalla, lieve.

 

Ma, come pieno

è il grembo, ti riposi:

palpita il seno,

bevono il gran sereno

li occhi meravigliosi;

 

e dolcemente

stan su i fiori adagiate

le mani. — Oh fate,

belle mani adorate,

il gesto che consente!

Le immagini descritte nell' Outa Occidentale sono notturne e oniriche: nella notte, gli amanti navigano lungo il fiume a bordo di burchielli passando sotto i rami degli alberi in fiore, contemplando uno stormo di gru volare attraverso l'alone della luna.

In questo poema è facile riconoscere immagini orientaleggianti accostate ad altre di derivazione e di gusto europeo; ad esempio, gli amanti che abbracciano le donne i cui capelli scivolano sull'acqua, i roseti piuttosto che i giardini di ciliegi e le mani paragonate a farfalle rimandano ai tratti poetici tipici di Verlaine.

D'Annunzio, con la composizione dell' Outa , ottiene un curioso risultato: una poesia composta in italiano seguendo la metrica giapponese e con il ricorso a prestiti di immagini orientali. Questo accostamento della lingua poetica italiana alla forma orientale è il risultato della tendenza dannunziana ad assorbire e fondere insieme elementi diversi nel proprio mondo poetico estetico. 

                                                               Dettaglio di  Jeune Femme, Etienne Adolphe Piot